Le Agane nella Cosa

Autore / Produttore: Maurizio Callegaro
Collocazione: Collana: Il Gomitolo delle Agane
Data: 2022
Fonte/Informatore: Giulia Brovedani (1909–1993), Fruce Planeles, Pietro Brovedani (1904–1990)
Data e luogo di raccolta dell'informazione: Anni '80
Collocazione: Collana: Il Gomitolo delle Agane
Data: 2022
Fonte/Informatore: Giulia Brovedani (1909–1993), Fruce Planeles, Pietro Brovedani (1904–1990)
Data e luogo di raccolta dell'informazione: Anni '80
Raccontavano di un tempo remoto, quando ci furono persone che, nel passare lungo la via che conduce alla borgata dei Blancs, giuravano d’aver visto esili figure femminili salire lungo il corso del torrente Cosa, fino ad arrivare ai primi pianori, proprio sotto la borgata dei Planeles.
Il loro apparire si accompagnava ad una nebbiolina che svaniva alla luce del sole, facendole allo stesso tempo sparire anch’esse, rendendo in tal modo quella fugace visione, ancor più misteriosa; così accadeva che chi le vedeva non capiva se era quello un sogno oppure una qualche stregoneria!
Chi le vide, però, disse che erano giovani alte e belle, con la veste bianca che scendeva fino ai piedi scalzi e, non da meno, sulla testa portavano una corona d’edera e viburno che cingeva i lunghi capelli chiari.
Quelle erano le Agane buone, ben diverse da quelle cattive che, alle volte, rapivano i giovani fanciulli per poi portarli laggiù nella loro nera casa, sotto gli Andris.
Venivano anch’esse dalla forra del torrente Cosa, dove forse dimoravano nel luogo dov’era un tempo il sentiero del lupo, nel punto dove l’acqua scorre veloce, stretta tra alte pareti di roccia.
Nessuno riuscì main ad avvicinarle perché appena s’accorgevano della presenza di qualcuno, si dileguavano, svanendo alla vista tra gli anfratti del torrente.
Poi un giorno si trovò a passare un giovane del posto, perbene e di buon cuore, che vide una di queste giovani donne, ancor prima del sorgere del sole, e quella visione lo incuriosì così tanto, che lui si fermò per osservare meglio, restando ammaliato da quel che vedeva.
Quella volta la giovane non svanì, come accadeva di solito, ma restò come sospesa nella nebbia del mattino a guardarlo, poi si chinò per raccogliere una zolla di soffice muschio intriso d’acqua, nella quale infilò alcuni fiorellini bianchi, raccolti tutt’attorno.
Poco dopo lasciò quel morbido cuscino sopra un masso bianco, scomparendo subito al primo sopraggiungere dei primi e deboli raggi di sole.
Il giovane emozionato andò e raccolse quel cuscino di muschio e fiori; ma lui voleva anche avere lei accanto e così, con il cuore in mano, iniziò a cercarla.
Ma lo fece invano, così alla fine riprese la via verso casa.
Quand’era chiuso da solo nella sua stanza, non poteva fare a meno di pensare a quella giovane fanciulla che sentiva essere accanto a lui, nel preciso momento in cui stringeva tra le mani quel cuscino di muschio, da lei lasciato.
Passò qualche giorno e, ormai stregato da quella visione, pensò di preparare a sua volta un cuscino col muschio, ornandolo accuratamente con fiori della dafne profumata.
L’indomani, prima che venisse il giorno, portò quel suo dono fino al grande masso bianco, dove aveva visto la giovane misteriosa, restando in trepida attesa.
Il cielo era ancora proprio delle luci notturne, fu allora che la vide nella penombra, senza poter capire da dove mai fosse giunta, e poco dopo lei si chinò per raccogliere delicatamente quel gentile omaggio che poi strinse al petto.
Il giovane innamorato si avviò allora verso di lei, per raggiungerla e abbracciarla, ma come fece per avvicinarsi la vide sparire nell’evanescente nebbiolina che saliva, lungo il corso del torrente Cosa.
Tante altre volte lui tornò sul posto, molto presto al mattino, e ogni volta la rivide e di volta in volta si lasciavano, l’uno con l’altra, un cuscino di muschio ornato di fiori, quale messaggio d’amore.
Il povero giovane però soffriva perché ogni volta, nonostante i suoi tentativi, non gli riusciva di avvicinarla fino a poterla stringere a sè e, con tali tentativi , non si accorgeva d’inoltrarsi sempre di più lungo la stretta forra del torrente, nel vano tentativo di trovare dove lei stesse di casa.
E da laggiù se ne tornava poi indietro, sempre più sconsolato e con il cuore infranto.
Fino a quando venne il giorno che non tornò più.
Sua madre attese a lungo il suo ritorno e andò a cercarlo ovunque, assieme alla gente del posto, ma le ricerche furono vane e di lui non si seppe più nulla.
Tempo dopo la povera donna, sistemando le cose del figlio, trovò un cuscino di muschio ormai secco, ornato con fiori appassiti; ma lei non poteva darsi una spiegazione su quel ritrovamento e poi non restava altro che piangere, sempre più chiusa nel suo grande dolore.
La madre aspettò invano, fino all’ultimo dei suoi giorni, che suo figlio tornasse, ma non lo vide mai più.
Quel pastore racontava e quelle genti lo ascoltavano, ma nessuno di loro poteva immaginare che forse era quello il luogo dov’era finito quel bel giovane, la cui povera madre, vinta dal dolore, era ormai salita in cielo tanti anni prima.
Il loro apparire si accompagnava ad una nebbiolina che svaniva alla luce del sole, facendole allo stesso tempo sparire anch’esse, rendendo in tal modo quella fugace visione, ancor più misteriosa; così accadeva che chi le vedeva non capiva se era quello un sogno oppure una qualche stregoneria!
Chi le vide, però, disse che erano giovani alte e belle, con la veste bianca che scendeva fino ai piedi scalzi e, non da meno, sulla testa portavano una corona d’edera e viburno che cingeva i lunghi capelli chiari.
Quelle erano le Agane buone, ben diverse da quelle cattive che, alle volte, rapivano i giovani fanciulli per poi portarli laggiù nella loro nera casa, sotto gli Andris.
Venivano anch’esse dalla forra del torrente Cosa, dove forse dimoravano nel luogo dov’era un tempo il sentiero del lupo, nel punto dove l’acqua scorre veloce, stretta tra alte pareti di roccia.
Nessuno riuscì main ad avvicinarle perché appena s’accorgevano della presenza di qualcuno, si dileguavano, svanendo alla vista tra gli anfratti del torrente.
Poi un giorno si trovò a passare un giovane del posto, perbene e di buon cuore, che vide una di queste giovani donne, ancor prima del sorgere del sole, e quella visione lo incuriosì così tanto, che lui si fermò per osservare meglio, restando ammaliato da quel che vedeva.
Quella volta la giovane non svanì, come accadeva di solito, ma restò come sospesa nella nebbia del mattino a guardarlo, poi si chinò per raccogliere una zolla di soffice muschio intriso d’acqua, nella quale infilò alcuni fiorellini bianchi, raccolti tutt’attorno.
Poco dopo lasciò quel morbido cuscino sopra un masso bianco, scomparendo subito al primo sopraggiungere dei primi e deboli raggi di sole.
Il giovane emozionato andò e raccolse quel cuscino di muschio e fiori; ma lui voleva anche avere lei accanto e così, con il cuore in mano, iniziò a cercarla.
Ma lo fece invano, così alla fine riprese la via verso casa.
Quand’era chiuso da solo nella sua stanza, non poteva fare a meno di pensare a quella giovane fanciulla che sentiva essere accanto a lui, nel preciso momento in cui stringeva tra le mani quel cuscino di muschio, da lei lasciato.
Passò qualche giorno e, ormai stregato da quella visione, pensò di preparare a sua volta un cuscino col muschio, ornandolo accuratamente con fiori della dafne profumata.
L’indomani, prima che venisse il giorno, portò quel suo dono fino al grande masso bianco, dove aveva visto la giovane misteriosa, restando in trepida attesa.
Il cielo era ancora proprio delle luci notturne, fu allora che la vide nella penombra, senza poter capire da dove mai fosse giunta, e poco dopo lei si chinò per raccogliere delicatamente quel gentile omaggio che poi strinse al petto.
Il giovane innamorato si avviò allora verso di lei, per raggiungerla e abbracciarla, ma come fece per avvicinarsi la vide sparire nell’evanescente nebbiolina che saliva, lungo il corso del torrente Cosa.
Tante altre volte lui tornò sul posto, molto presto al mattino, e ogni volta la rivide e di volta in volta si lasciavano, l’uno con l’altra, un cuscino di muschio ornato di fiori, quale messaggio d’amore.
Il povero giovane però soffriva perché ogni volta, nonostante i suoi tentativi, non gli riusciva di avvicinarla fino a poterla stringere a sè e, con tali tentativi , non si accorgeva d’inoltrarsi sempre di più lungo la stretta forra del torrente, nel vano tentativo di trovare dove lei stesse di casa.
E da laggiù se ne tornava poi indietro, sempre più sconsolato e con il cuore infranto.
Fino a quando venne il giorno che non tornò più.
Sua madre attese a lungo il suo ritorno e andò a cercarlo ovunque, assieme alla gente del posto, ma le ricerche furono vane e di lui non si seppe più nulla.
Tempo dopo la povera donna, sistemando le cose del figlio, trovò un cuscino di muschio ormai secco, ornato con fiori appassiti; ma lei non poteva darsi una spiegazione su quel ritrovamento e poi non restava altro che piangere, sempre più chiusa nel suo grande dolore.
La madre aspettò invano, fino all’ultimo dei suoi giorni, che suo figlio tornasse, ma non lo vide mai più.
Si seppe poi, molto tempo dopo, di un pastore sceso lungo la forra della Cosa, nei pressi del troi dal lùef, mentre era alla ricerca di una sua pecora dispersa.
Egli raccontò meravigliato d’aver raggiunto una stretta gola tra due alte pareti di roccia, ricoperte da un soffice manto di muschio, dal quale spuntavano delicati fiorellini bianchi che parevano intrecciarsi tra di loro, sotto lo stillicidio d’acqua.Quel pastore racontava e quelle genti lo ascoltavano, ma nessuno di loro poteva immaginare che forse era quello il luogo dov’era finito quel bel giovane, la cui povera madre, vinta dal dolore, era ormai salita in cielo tanti anni prima.
Las Aganès ta la Cose
Ai contave i vecjùs ch’a fos stade, un grum di timp indavòur di nos, int in viaç pai Blancs e chescj cà intal passâ vie, par dongje la Cose, ai zjurave da vìe vidudès fatecès di feminès ch’as vignive su pa l’aghe, rivant fint parsot i Planelès.
Chei ch’ai las veve vidudès al dizjeve ch’as petave fòur da jù abàs da la Cose, dente intune fumate ch’a sj’inzjeve vie ta la lûsj dal soreli e in chel lùer ai no rivave pi a vidilès; al ere ben par chel co cheste int a no saveve a dȋ s’al fos stât chel un sium o un cualchi strieç!
Ai contave ch’as ere chês là sorte feminès, cetant mai bielès, cuntune velade blencje ch’a ji rivave fint jù tai pèisj e as zjeve simpri ator bedișcolçes…e o vìes encje da savìe ch’as veve insomp al cjâf un cempli di erie e blaudins, par tignȋ dongje i cjavei luncs e clârsj.
Chês là as ere ben Aganès buinès, a nos ere di chês tristès ch’as brancave su i canaìs, par puartaji laù abàs ta chê cjasate nere, parzot j’Andris.
As vignive fòur encje chestès da la fùeșj, da chês bandès indulà ch’al è il troi dal lùef, propit ta chel puest indulà co l’aghe da la Cose a va dente enfre las cretès a plomp.
Nissjun al veve mai rivât a falès dongje parcè ch’as scjampave vie nome s’as vedeve cualchidun e, tun nuie, as zjeve a platassji da cualchi bande, ta chei andrìs par dongje l’aghe.
A rive une zornade co un un biel zjoven, di sest e di bon còur, al ven a passâ par di là e in chel no sj’intivel intune di chestès bieles zjovinès, vignude su pa l’aghe un grum prin ch’al petàs fòur il soreli
O vìes encje da savìe co chel zjoven, nome tal vidile chê là, al è zjût in trambolès e al no capive pi nuie, da cetant co ìe a ji pareve biele!
E chel viac là, la biele zjovine, a no è scjampade vie da lui ma ben a è stade uvì a cjalali, tant ch’a ere tignude dongje ta la fumate dal salustri!
Nol passe vie trop timp co ìe, ben plancanin, a sji plê jù par cjapâ su une biele çope di muscli sfonzjeât di aghe e, dente ta chel muscli a impire tantes ruzjutès blencjès, cjapadès su uvì ator.
Pò à è zjude a poali jù chel cușsinut di muscli e rozjutès, parzore un clap blanc e da uvì a sji po’ inzjude, tal rivâ fòur la lûsj dal soreli.
Il zjoven al è curût vie bezjuelt, par cjapâ su chel biel cussjinut parzore al clap e, cul còur in man, al à tacât a cirile, ma a nol à rivât a cjatale fòur e cussì al à pensât ben da tornâ su tal troi ch’al menave a cjase sȏe.
Cuant ch’al ere a cjase sȏe al steve dispes bessùel ta la sȏ cjamere e uvì a nol podeve fâ di mancul da pensâ a chê biele zjovine, ch’al sintive ben dongje di lui cuant ch’al ștrenzjeve chel muscli enfre clas mans!
A nol rivave a pensâ a nuialti ch’a no fos stade ìe e par chel, passant vie las zornadès, a ji è vignût in còur da fâ encje lui un cussjinut cul muscli, cun impiradès dente las rozjès di nûl.
Tal doman, prin ch’al vigne clâr, al è zjût jù a poâ chel siò cussjinut, propit parzore a chel clap blanc, indulà ch’a li veve poât ìe, e uvì al è stât a spietâ, ch’a rivas fòur la sȏ biele!
Al ere inmò scûr cuant ch’a è rivade cà, cui li sa da indulà, e bezjuelte à ciapât su ce ch’al ji veve lassjât lui … e chel cussjinut di muscli chê zjovine a sj’al strenzjeve tor dal pet!
Vidinle cussì lui, ch’al ere ben morestât di ìe, al è zjût vie curint, par pudile braçolâ ma chealte a ji è pò zjualade vie ta la fumate ch’a rivave su, pa la fùesj da la Cose.
Il bon zjoven al tornave ta chel puest e simpri ìe a vignive da lui; e chei doi ai sji cjalave e ai sji lassjave, un cu l’alti, un cussjinut di muscli e rozjutès, pal vulìe dissji dut il ben ch’ai sji voleve!
Ma lui al penave e al pative tal còur parcè co, cun dut ce ch’al fazjeve, a no ji rivave mai da pudile tocjâ, par strenzjile dal ben ch’al jar voleve!
Propit par chel al ji zjeve davòur cuant ch’al à vedeve zjȋ vie e, d’un viaç in chel’alti , al zjeve simpri pi in jù pa la fùesj da la Cose parcè ch’al voleve rivâ a cjatâ fòur, indulà co ìe a steve di cjase!
Ma dut chel siò cori al ere simpri par dibant, par vie ch’al no rivave mai adore da fale dongje e par chel al cugnive simpri tornâ indavòur, dut gram e zjivilȋt.
Fint ch’a è rivade une dì com chel zjoven a nol è pi tornât fòur, da chê fùesj da la Cose!
Sȏ mari, no vidinli tornâ, a zjeve a cirili dapardut, judade da la buine int, ma cun dut il lùer cirȋ lui a nol rispuindeve e a nol vignive dongje, da nissjune bande!
Une dì la biade mari, mitint adun las ròubes dal fi, à cjatât fòur un cussjinut di muscli sec, cun dente rouzjutès secjadès cul passâ dat timp.
Chê pùere femine a no podeve savìe nuie, di ce ch’a fos stade chê ròube là, e par ìe a nol ere alti co vaȋ, cuntun grop tal cuel.
Cheste buine mari à spietât chel fi ch’a veve pierdut, fint a la fin dai sìe disj, ma a no ji è coventât a nuie parcè co lui a nol è pi tornât da ìe.
Ai dizjeve, passats tencj agns, d’un fedâr ch’al ere zjût jù pa la fùesj da la Cose, propit tal troi dal lùef, par cirȋ une fede ch’a ji ere șcjampade fòur dal trop.
Lui al contave da essji rivât tun pùest indulà ch’as ere las cretès a plomp, bande par bande, cussì altes da no rivâ a vidìe nencje il cêl.
Uvì il fedâr al sji sarès dât un grum di mirivee, tal vidìe chês cretès dutes cuiertès di muscli mulizjit, cun tal mieç ruzjutès blencjès ch’as pareve fassji su enfre di lùer, motes tor o tor cul gutignâ da l’aghe ch’a colave jù!
Chel pastùer al contave e la buine int à li scoltave; ma ducj lùer ai no podeve savìe, ch’al ere forsit uvì il pùest indulà ch’al ere al ere zjût a stâ chel bon zjoven!
Encje s’ai li ves savût a no varès zjovât a nuie, parcè co chê puere mari a ere muarte da un toc, pal dulùer ch’a veve intor e cence savìe ce ch’al ere stât , di chel siò fi.
Chei ch’ai las veve vidudès al dizjeve ch’as petave fòur da jù abàs da la Cose, dente intune fumate ch’a sj’inzjeve vie ta la lûsj dal soreli e in chel lùer ai no rivave pi a vidilès; al ere ben par chel co cheste int a no saveve a dȋ s’al fos stât chel un sium o un cualchi strieç!
Ai contave ch’as ere chês là sorte feminès, cetant mai bielès, cuntune velade blencje ch’a ji rivave fint jù tai pèisj e as zjeve simpri ator bedișcolçes…e o vìes encje da savìe ch’as veve insomp al cjâf un cempli di erie e blaudins, par tignȋ dongje i cjavei luncs e clârsj.
Chês là as ere ben Aganès buinès, a nos ere di chês tristès ch’as brancave su i canaìs, par puartaji laù abàs ta chê cjasate nere, parzot j’Andris.
As vignive fòur encje chestès da la fùeșj, da chês bandès indulà ch’al è il troi dal lùef, propit ta chel puest indulà co l’aghe da la Cose a va dente enfre las cretès a plomp.
Nissjun al veve mai rivât a falès dongje parcè ch’as scjampave vie nome s’as vedeve cualchidun e, tun nuie, as zjeve a platassji da cualchi bande, ta chei andrìs par dongje l’aghe.
A rive une zornade co un un biel zjoven, di sest e di bon còur, al ven a passâ par di là e in chel no sj’intivel intune di chestès bieles zjovinès, vignude su pa l’aghe un grum prin ch’al petàs fòur il soreli
O vìes encje da savìe co chel zjoven, nome tal vidile chê là, al è zjût in trambolès e al no capive pi nuie, da cetant co ìe a ji pareve biele!
E chel viac là, la biele zjovine, a no è scjampade vie da lui ma ben a è stade uvì a cjalali, tant ch’a ere tignude dongje ta la fumate dal salustri!
Nol passe vie trop timp co ìe, ben plancanin, a sji plê jù par cjapâ su une biele çope di muscli sfonzjeât di aghe e, dente ta chel muscli a impire tantes ruzjutès blencjès, cjapadès su uvì ator.
Pò à è zjude a poali jù chel cușsinut di muscli e rozjutès, parzore un clap blanc e da uvì a sji po’ inzjude, tal rivâ fòur la lûsj dal soreli.
Il zjoven al è curût vie bezjuelt, par cjapâ su chel biel cussjinut parzore al clap e, cul còur in man, al à tacât a cirile, ma a nol à rivât a cjatale fòur e cussì al à pensât ben da tornâ su tal troi ch’al menave a cjase sȏe.
Cuant ch’al ere a cjase sȏe al steve dispes bessùel ta la sȏ cjamere e uvì a nol podeve fâ di mancul da pensâ a chê biele zjovine, ch’al sintive ben dongje di lui cuant ch’al ștrenzjeve chel muscli enfre clas mans!
A nol rivave a pensâ a nuialti ch’a no fos stade ìe e par chel, passant vie las zornadès, a ji è vignût in còur da fâ encje lui un cussjinut cul muscli, cun impiradès dente las rozjès di nûl.
Tal doman, prin ch’al vigne clâr, al è zjût jù a poâ chel siò cussjinut, propit parzore a chel clap blanc, indulà ch’a li veve poât ìe, e uvì al è stât a spietâ, ch’a rivas fòur la sȏ biele!
Al ere inmò scûr cuant ch’a è rivade cà, cui li sa da indulà, e bezjuelte à ciapât su ce ch’al ji veve lassjât lui … e chel cussjinut di muscli chê zjovine a sj’al strenzjeve tor dal pet!
Vidinle cussì lui, ch’al ere ben morestât di ìe, al è zjût vie curint, par pudile braçolâ ma chealte a ji è pò zjualade vie ta la fumate ch’a rivave su, pa la fùesj da la Cose.
Il bon zjoven al tornave ta chel puest e simpri ìe a vignive da lui; e chei doi ai sji cjalave e ai sji lassjave, un cu l’alti, un cussjinut di muscli e rozjutès, pal vulìe dissji dut il ben ch’ai sji voleve!
Ma lui al penave e al pative tal còur parcè co, cun dut ce ch’al fazjeve, a no ji rivave mai da pudile tocjâ, par strenzjile dal ben ch’al jar voleve!
Propit par chel al ji zjeve davòur cuant ch’al à vedeve zjȋ vie e, d’un viaç in chel’alti , al zjeve simpri pi in jù pa la fùesj da la Cose parcè ch’al voleve rivâ a cjatâ fòur, indulà co ìe a steve di cjase!
Ma dut chel siò cori al ere simpri par dibant, par vie ch’al no rivave mai adore da fale dongje e par chel al cugnive simpri tornâ indavòur, dut gram e zjivilȋt.
Fint ch’a è rivade une dì com chel zjoven a nol è pi tornât fòur, da chê fùesj da la Cose!
Sȏ mari, no vidinli tornâ, a zjeve a cirili dapardut, judade da la buine int, ma cun dut il lùer cirȋ lui a nol rispuindeve e a nol vignive dongje, da nissjune bande!
Une dì la biade mari, mitint adun las ròubes dal fi, à cjatât fòur un cussjinut di muscli sec, cun dente rouzjutès secjadès cul passâ dat timp.
Chê pùere femine a no podeve savìe nuie, di ce ch’a fos stade chê ròube là, e par ìe a nol ere alti co vaȋ, cuntun grop tal cuel.
Cheste buine mari à spietât chel fi ch’a veve pierdut, fint a la fin dai sìe disj, ma a no ji è coventât a nuie parcè co lui a nol è pi tornât da ìe.
Ai dizjeve, passats tencj agns, d’un fedâr ch’al ere zjût jù pa la fùesj da la Cose, propit tal troi dal lùef, par cirȋ une fede ch’a ji ere șcjampade fòur dal trop.
Lui al contave da essji rivât tun pùest indulà ch’as ere las cretès a plomp, bande par bande, cussì altes da no rivâ a vidìe nencje il cêl.
Uvì il fedâr al sji sarès dât un grum di mirivee, tal vidìe chês cretès dutes cuiertès di muscli mulizjit, cun tal mieç ruzjutès blencjès ch’as pareve fassji su enfre di lùer, motes tor o tor cul gutignâ da l’aghe ch’a colave jù!
Chel pastùer al contave e la buine int à li scoltave; ma ducj lùer ai no podeve savìe, ch’al ere forsit uvì il pùest indulà ch’al ere al ere zjût a stâ chel bon zjoven!
Encje s’ai li ves savût a no varès zjovât a nuie, parcè co chê puere mari a ere muarte da un toc, pal dulùer ch’a veve intor e cence savìe ce ch’al ere stât , di chel siò fi.